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Dentro la musica, oltre me stesso

Tra eredità, passione e identità artistica, Lorenzo Viotti si racconta in occasione del concerto straordinario nel Duomo di Milano per il 160° Anniversario de Il Sole 24 Ore

Sei cresciuto in una famiglia per la quale la musica era letteralmente nell’aria. Quali sono i primi ricordi che ti hanno fatto capire che questo mondo sarebbe potuto diventare la tua casa?

La musica abitava già la voce dei miei genitori, il loro modo di parlarci, di respirare. Rivedo ancora mio padre varcare la porta, gli occhi luminosi dopo una prova, impaziente di farci ascoltare qualche battuta di un brano appena scoperto con l’entusiasmo di un bambino che condivide un segreto. Abbiamo passato molto tempo all’opera. È probabilmente lì che sono nati i miei primi ricordi: il teatro, la magia di una serata, i costumi che sembravano appartenere a un altro mondo, la morte possibile in scena e la vita che tornava dopo gli applausi. Tutto ciò mi appariva irreale, quasi sacro, e quindi profondamente magico.

Quando ripensi ai tuoi inizi — il primo strumento che hai suonato, la musica che ti circondava, gli insegnanti che hanno segnato il tuo percorso — in che modo questi elementi hanno plasmato i tuoi sogni per il futuro?

Non credo di essere mai stato un sognatore, ma ho portato molto presto dentro di me una convinzione intima: che un giorno, in un modo o nell’altro, questa vita avrebbe potuto essere la mia senza capire davvero cosa ciò avrebbe implicato. Poi arrivano le scelte, talvolta buone, talvolta meno, le persone giuste che condividono un pezzo di strada, le opere che giungono esattamente quando ne hai bisogno. Non saprei dire se tutto questo sia il risultato di una serie fortunata di decisioni o il caso di un destino che prende lentamente forma.

Parli spesso dei tuoi fratelli, tutti musicisti. 

I miei fratelli e sorelle sono sempre stati presenti, anche quando non lo erano fisicamente. Sapere, nel profondo, di essere sostenuto a ogni costo dà una forza immensa. Questo mi ha permesso di andare avanti, a volte senza esitazione, anche nei momenti più fragili.

La tua storia personale include anche una perdita profonda: la morte di tuo padre, Marcello Viotti, un direttore d'orchestra di immensa statura, le cui orme hai in qualche modo seguito.

L’amore che gli portano ancora oggi le persone che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui è per me un dono. Non ho mai avuto davvero l’occasione di parlare di musica con lui nel senso più profondo del termine, quindi queste testimonianze sono preziose. Mi commuove sempre vedere quanto sia ancora presente nella memoria di chi lo ha conosciuto, e quanto il loro ricordo sia tenero. Cerco di non dimenticarlo e di lasciarmi ispirare, anche se i nostri percorsi sono molto diversi e l’epoca in cui vivo è assai lontana dalla sua.

Hai vissuto e lavorato in diversi paesi, immergendoti in una varietà di culture e tradizioni musicali. Quali figure – direttori d'orchestra, solisti, mentori – sono diventate i tuoi punti di riferimento?

La carriera di un musicista è naturalmente plasmata dall’esperienza musicale, ma credo che lo sia ancora di più dall’esperienza umana. Ogni viaggio, ogni cultura incontrata mi spinge spesso inconsciamente a interrogarmi sul senso del mio mestiere e sul ruolo che devo assumere di fronte a orchestre molto diverse. Non posso citare tutte le persone che mi hanno ispirato, la lista sarebbe infinita. Ma mia madre rimane un’àncora essenziale, umana e artistica. Bernard Haitink e Georges Prêtre sono stati immensamente generosi con me, e il loro ascolto mi ha profondamente segnato. I miei professori a Vienna e Weimar hanno avuto una grande pazienza. E tra i direttori e solisti di oggi che ammiro profondamente, citerei Simon Rattle, Daniele Gatti, Christian Thielemann, András Schiff e Daniel Barenboim. È fondamentale avere una propria visione, ma altrettanto fondamentale è non perdere mai il desiderio di imparare dagli altri.

Di recente sei diventato padre e spesso parli dell'amore e della libertà come elementi centrali della tua vita.

Credo di aver scoperto cosa sia l’amore incondizionato. Diventare padre è la cosa più bella che mi sia capitata. È una gioia immensa, ma anche una responsabilità che ti trasforma. Come se ogni emozione che pensavo di conoscere avesse improvvisamente trovato una nuova dimensione. Il “me” smette di essere centrale: l’altro diventa essenziale.

Oltre alla musica classica, hai altre passioni, tra cui la musica techno, lo sport e un approccio alla vita generalmente intenso. Queste energie influenzano il tuo lavoro sul podio?

Non direi di essere appassionato di techno, ma sono appassionato di musica nel senso più ampio. Questo include generi che non si associano spontaneamente a un musicista classico: rap, hip-hop, musica elettronica… Alcuni artisti sono affascinanti. Come dicevo, tutto nutre l’esperienza: lo sport, la musica, ma anche scelte di vita a volte intense. Non si può chiedere a un musicista di suonare un passaggio con la freschezza di un’alba primaverile se non l’hai mai vissuta tu stesso.

La tua carriera è decollata rapidamente sulla scena internazionale. 

Sono molto fortunato a lavorare con grandi orchestre alla mia età. Non ho mai avuto quel momento in cui mi sono detto: “Ecco, ci sono.” Sono fiducioso, ma dubito molto. In questo mestiere non si arriva mai davvero: si insegue sempre qualcosa che spesso sembra impossibile.

Ormai è noto il tuo approccio nel combinare l'innovazione con il ritorno a certi repertori che ti accompagnano da tempo. 

Mi piace ricomprare una partitura che ho già diretto e ripartire da zero. Rendermi conto che ciò che credevo vero ieri non lo è più oggi. Rileggere la storia, l’epoca, le intenzioni. Si impara sempre, a condizione di non pretendere mai di sapere tutto.

Per me è fondamentale concentrarsi sulla dimensione spirituale, anche se non necessariamente religiosa. La musica è uno spazio in cui ci si collega a qualcosa che ci supera: una parte di noi stessi, o una parte dell’altro, di cui ignoravamo l’esistenza.

Una dimensione che si percepisce ancora di più nel momento del concerto.

Il concerto può diventare un rituale: ognuno arriva con la propria storia, i propri silenzi, talvolta le proprie ferite, e la musica crea uno spazio comune in cui tutto si trasforma. Forse la spiritualità è proprio questo: ritrovarsi insieme, in un altro modo.

Come descriveresti il tuo universo musicale? 

Credo sia fondamentale, in un certo momento della propria formazione, ascoltare quanti più registri possibili. Poi fermarsi, cercare la propria verità, ascoltare qualcosa di completamente opposto… e ripartire da zero. La tradizione dei direttori e quella delle culture sonore non coincidono sempre. Un esempio semplice: perché suoniamo quasi sempre l’ultimo movimento della Prima Sinfonia di Brahms così forte, quando Brahms scrive solo poco forte? L’emozione cambia completamente ma bisogna avere il coraggio di osare! Non credo di aver ancora definito completamente il mio universo musicale. Ho ancora molta strada da fare con alcuni compositori.

In quest’occasione dirigerai la Filarmonica nella Cattedrale del Duomo. 

Ho già avuto la fortuna di dirigere in chiese e cattedrali, con orchestra o coro cosa che spesso mi tocca ancora di più. L’acustica impone un altro modo di respirare, articolare, attaccare. Bisogna accettare una diversa forma di precisione. Ma la purezza del suono, l’immensità dello spazio, la dimensione sacra trasformano tutto. È sempre un momento a parte.

La Ciaccona dalla Partita n. 2 in re minore di Bach è una delle opere più venerate nel repertorio violinistico. Cosa ti colpisce della trascrizione orchestrale di Hideo Saito?

L’orchestrazione è molto intelligente: dona all’opera una potenza nuova, anche se rimango profondamente legato all’essenza del violino solo. Il vantaggio è che permette di raggiungere un pubblico che forse non andrebbe mai a un recital di violino. E se questo risveglia la loro curiosità, è già una vittoria.

La Quinta Sinfonia di Čajkovskij invece ebbe inizialmente un'accoglienza tiepida e in seguito venne considerata forse la sua opera migliore. 

Con Čajkovskij è facile esagerare, e difficile talvolta trovare la giusta misura. Dubitava profondamente di sé, e lo si sente nelle prime battute della Quinta: una stanchezza interiore, una fragilità intima. Il canto russo porta una tristezza particolare, anche nei passaggi in maggiore una sfumatura che in Europa occidentale conosciamo poco.

Čajkovskij scriveva di una «completa sottomissione al destino, o, che è lo stesso, all'ineluttabile predestinazione della Provvidenza». Quel senso di piccolezza umana di fronte al divino – qualcosa che si potrebbe provare anche con un'opera come la Ciaccona di Bach o all'interno del Duomo di Milano. 

Non desidero imporre un messaggio particolare. Questo luogo, come tutte le cattedrali, è prima di tutto uno spazio di condivisione. Suonare repertori diversi in un luogo sacro significa anche restituirgli la sua vocazione originaria: riunire. Non so se la vocazione dell’arte sia elevare lo spirito o se l’arte risponda semplicemente a un bisogno profondo che portiamo dentro. Forse entrambe le cose. La musica dà forma a ciò che non riusciamo a esprimere. Crea spazi interiori, percorsi personali. Non offre sempre risposte, ma suscita domande essenziali.

Negli ultimi anni hai costruito un legame molto stretto con la Filarmonica, con i concerti in tour e alla Scala. 

Non so come nasca quel legame particolare tra un direttore e un’orchestra e fortunatamente non esiste alcuna ricetta. Arrivare a Milano è avvenuto nel momento giusto della mia vita. Ho un’immensa ammirazione per questa istituzione e per i suoi musicisti, e credo che ciò si percepisca nei nostri concerti.

E infatti a Milano sembri sentirti a casa. Cosa rappresenta per te questa città?

La Scala, naturalmente: la sua magia, la sua forza. La moda, le grandi maison che ho avuto la fortuna di incontrare, la passione per il loro lavoro. Ma anche i milanesi stessi: l’amore che portano alla musica, che sia al bar vicino al mio hotel, in un taxi o in un club frequentato dai giovani. Anche se non sono italiano, nutro da sempre un amore particolare per questo Paese. I suoi valori mi sono vicini e ci trovo una risonanza profonda.

Lorenzo Viotti dirige al Teatro alla Scala ©Giovanni Hänninen

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