Tra eredità, passione e identità artistica, Lorenzo Viotti si racconta in occasione del concerto straordinario nel Duomo di Milano per il 160° Anniversario de Il Sole 24 Ore
Seduto al pianoforte nella Sala Rossa del Teatro alla Scala, Alexandre Kantorow prova con naturalezza alcuni passaggi del Terzo Concerto di Prokof’ev mentre ci aspetta per l’intervista. Nel suo maglione bianco un po’ stropicciato, i capelli leggermente arruffati, ha un’eleganza spontanea, non costruita, ma profondamente charmant, un’aria rilassata nonostante abbia alle spalle una lunga settimana di concerti e lo attendano, nei prossimi giorni, recital nelle sale più prestigiose del continente, prima di attraversare nuovamente l’Europa con la Filarmonica della Scala e Riccardo Chailly a marzo. Le mani affusolate rivelano una naturale teatralità mentre si muovono accompagnando il discorso alla maniera italiana. Occhi grandi e sguardo profondo, immediatamente disponibile, raccontano già di un musicista carismatico capace di passare dalla concentrazione più assoluta al dialogo più aperto e generoso. La sua carriera è decollata dopo la vittoria del Cajkovskij nel 2019 e il Gilmore Artist Award nel 2023: premi importanti, grandi orchestre, attenzione dei media.
C’è stato un momento preciso in cui hai pensato: “Ok, adesso è cambiato tutto”?
Me ne sono accorto il giorno dopo il concorso. Mi sono svegliato in albergo, sono sceso e il mio agente mi ha detto che c’erano moltissime persone che volevano parlarmi. Poi ha aggiunto: “Non tornare a casa a fare le valigie. Compriamo dei vestiti e partiamo subito in tournée”. È stato uno shock, una sensazione molto forte. Allo stesso tempo, però, lavoro ancora con le stesse persone di sempre: lo stesso agente da anni, la stessa casa discografica. Questo rende tutto molto umano, molto caldo. Sono persone che mi conoscono davvero. Se dovessi perdere l’equilibrio, sarebbero le prime a riportarmi alla realtà.
Nel 2019 ha vinto il Concorso Čajkovskij, uno dei più importanti al mondo. Negli anni successivi il contesto politico e culturale è cambiato profondamente. Come vivi oggi il rapporto tra musica, artisti russi ed Europa?
Dal punto di vista musicale, oggi tanti artisti russi continuano a esibirsi in Europa, e questo è fondamentale. Ma i mesi immediatamente successivi all’inizio della guerra sono stati terribili: c’era un’enorme carica emotiva e ogni giorno emergevano situazioni assurde legate alla musica. Molti amici russi hanno dovuto trasferirsi, separarsi dalle famiglie, lasciare tutto. La guerra è stata devastante, e il popolo ucraino ha sofferto enormemente. Per decenni l’arte è stata un ponte. Oggi sentiamo davvero la mancanza di quel dialogo. Nemmeno durante la Guerra Fredda c’era stata una chiusura culturale così netta.
Molti si chiedono perché continuiamo a suonare musica russa.
Credo sia importante ricordare che molti grandi compositori russi hanno sofferto profondamente il sistema politico del proprio tempo. La Russia non è mai stata un Paese tranquillo: è una storia fatta di tensioni, difficoltà, dolore. Da Šostakovič a Čajkovskij, fino a Dostoevskij, parliamo di artisti che hanno vissuto condizioni estremamente dure. È impossibile ridurli a simboli di un potere politico. Il mio legame con questa musica è anche personale. Ho studiato con insegnanti russi fin da bambino e lo faccio ancora oggi: è un rapporto basato sull’amore per la melodia e su una lunga tradizione di trasmissione del sapere.
Per me tecnica ed emozione sono inseparabili. La tecnica è semplicemente lo strumento che ti permette di realizzare ciò che immagini in termini di colore, tempo e intenzione. Quando invece aggiungi il pensiero musicale, tutto diventa più complesso e stimolante.
Alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi ti abbiamo visto suonare sotto la pioggia battente: un’immagine diventata virale. Una situazione sicuramente non usuale per un concertista. C'è un istante in cui haI pensato: “Spero che il pianoforte regga”?
In un certo senso è stata una vera sfida. Erano molto preparati per la pioggia, sapevano che era un rischio reale. Il direttore di scena era in lacrime quella mattina, ma tutto era stato pianificato con grande anticipo per evitare danni irreparabili. C’erano già problemi con le telecamere, i ballerini, persino con i vigili del fuoco. Paradossalmente, la musica è stata l’ultimo dei problemi.
Spesso vieni descritto come un artista dalla sonorità potente, ma allo stesso tempo molto poetico. Quando apri uno spartito nuovo, da dove cominci: dalla testa o dall’emozione?
Per me tecnica ed emozione sono inseparabili. La tecnica è semplicemente lo strumento che ti permette di realizzare ciò che immagini in termini di colore, tempo e intenzione. Quando invece aggiungi il pensiero musicale, tutto diventa più complesso e stimolante. Sperimento molto. Provo, riprovo, cerco. Mi piace lavorare per strati, avere tempo. In scena, invece, sono molto istintivo, quasi impulsivo. Ma se c’è un compositore che trovo particolarmente difficile da eseguire davanti al pubblico quello è Bach: richiede un equilibrio perfetto tra controllo e libertà, tra testa e cuore. È una direzione verso cui sto andando.
Prima della musica, o almeno accanto alla musica, c’è stata l’astrofisica.
Non sono un esperto, ma sono affascinato dalle grandi domande della scienza: il tentativo di unificare l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Più ci si avvicina a queste domande, più cresce il senso del mistero. In musica accade qualcosa di simile: utilizziamo strumenti molto concreti per affrontare qualcosa che non è completamente definibile. È quasi una forma di scienza trasformata in arte.
È come fare una "ricerca su una grande domanda"? E c’è qualche brano che pensi ci riesca?
Se penso a un’opera che crea un mondo intero, quello è il “Ring” di Wagner: una visione che abbraccia creazione e distruzione, natura e coscienza.

Amo quegli artisti che commentano la musica con una personalità così forte da essere impossibili da imitare. Sofronickij, Pletnev, e naturalmente Rachmaninov stesso: ascoltandoli, si riceve qualcosa di unico.
Sei cresciuto in una famiglia di musicisti, ma i tuoi genitori non ti hanno mai imposto questa strada. Questo approccio ti ha aiutato a costruirti un rapporto personale con la musica o l’ambiente ti ha comunque portato ad essere quello che sei?
Credo sia stato l’approccio giusto per la mia personalità. Crescere immerso nella musica ha avuto un’enorme influenza, ma la decisione di dedicarmi davvero a questo percorso è stata mia ed è maturata con il tempo. I miei genitori hanno fatto la scelta giusta lasciandomi libero. Allo stesso tempo, ascoltavo musica, sentivo mio padre suonare, ascoltavo i miei genitori parlare di musica, delle persone che conoscevano. Non posso dire che sia successo tutto “da solo”, ma il desiderio di dire: “Voglio farlo per me stesso e voglio riuscirci”, quello sì, è maturato in modo autonomo.
Hai studiato, tra gli altri, con due grandi insegnanti, di Igor Lasko e Rena Shereshevskaya. Cosa hanno rappresentato per te e quali caratteristiche credi aver acquisito da ognuno?
Igor mi ha insegnato la disciplina e il senso di responsabilità interpretativa. Reina, invece, è una ricercatrice instancabile: molto concreta sul piano tecnico, ma allo stesso tempo profondamente mistica nel suo approccio alla musica.
Si dice spesso che tutto inizi con Bach. Questo concetto ti appartiene?
In un certo senso sì, perché Bach ha creato una logica musicale fondata sulla totalità delle tonalità, su un livello di contrappunto e armonia che è alla base di tutto ciò che è venuto dopo. Anche molti compositori classici, quando le forme si sono semplificate, alla fine della loro vita sono tornati a Bach per esplorare nuovamente questa complessità. Tuttavia, la musica classica è solo una parte della musica scritta. Accanto ad essa esisteva un mondo di folklore, di tradizioni locali, che i grandi compositori hanno spesso integrato nella loro scrittura. La musica è come un libro: ciò che leggiamo è solo una parte dei suoni reali che esistevano.
Molte decisioni si prendono il giorno stesso del concerto. Queste piccole sfide mantengono la musica viva: cambiare una diteggiatura all’ultimo momento, provare un’idea nuova. Altre volte è grazie all’incontro con i direttori. Col tempo poi cambia il significato che attribuiamo alla musica
Il bagaglio che le giovani generazioni di pianisti hanno a disposizione oggi è una lunga tradizione di interpreti. Quanto la presenza dei “grandi” del passato è una risorsa e quanto un limite? C’è qualcuno che senti più affine?
Per quanto riguarda gli interpreti del passato, oggi abbiamo accesso a una quantità straordinaria di registrazioni. Se si ha qualcosa da dire, ascoltare gli altri è meraviglioso: ogni grande questione della partitura è stata affrontata in modi diversi. Naturalmente esiste il rischio di perdersi, di diventare una pallida copia, ma piccoli dettagli, idee, spunti, sono una ricchezza incredibile. Amo quegli artisti che commentano la musica con una personalità così forte da essere impossibili da imitare. Sofronickij, Pletnev, e naturalmente Rachmaninov stesso: ascoltandoli, si riceve qualcosa di unico.
E il confronto con il passato è più il tentativo di scalare un muro per arrivare in cima o di aprire una breccia e attraversarlo?
Lo sento come chiedere aiuto a un buon amico, a un fantasma benevolo, che ti dà una piccola spinta per salire la montagna.
Suonando spesso gli stessi capolavori, ti capita di cambiare idea sull’interpretazione?
Costantemente. Cambiano gli strumenti, le acustiche. Ci sono cose che semplicemente non funzionano allo stesso modo. A volte il suono è più secco e serve più pedale, altri pianoforti sono estremamente percussivi e bisogna essere molto cauti. Molte decisioni si prendono il giorno stesso del concerto. Queste piccole sfide mantengono la musica viva: cambiare una diteggiatura all’ultimo momento, provare un’idea nuova. Altre volte è grazie all’incontro con i direttori. Col tempo poi cambia il significato che attribuiamo alla musica: in certi momenti riponiamo speranza in un passaggio, poi un giorno decidiamo di cambiare tutto. Infine, ogni giorno si arriva con uno stato emotivo diverso. Ci sono momenti in cui non si ha voglia di suonare, e paradossalmente, se ci si fida, possono accadere cose straordinarie. È una gioia guardare un pezzo da angolazioni diverse, trovare luci nuove. Cercare di controllare troppo la propria mente è spesso controproducente. Più ci si sente a proprio agio, più si rischia di non avere nulla da dire.

Questo concerto ha un equilibrio straordinario tra il mondo del folklore – Prokof’ev è uno dei compositori più lirici, si pensi a Romeo e Giulietta – e una dimensione moderna, quasi industriale, fatta di loop, di trance, di meccanismi.
E il terzo di Prokof’ev dove si colloca nella tua ricerca musicale?
È un pezzo nuovo per me, lo suono da appena tre mesi. Ci sono ancora molte cose che sto scoprendo. Con molta musica, alcune questioni non si risolvono se non in palcoscenico. Questo concerto ha un equilibrio straordinario tra il mondo del folklore – Prokof’ev è uno dei compositori più lirici, si pensi a Romeo e Giulietta – e una dimensione moderna, quasi industriale, fatta di loop, di trance, di meccanismi. È un concerto estremamente ben bilanciato, pieno di cambi di carattere, di transizioni rapide. Non è un dialogo alternato tra solista e orchestra: si è sempre immersi insieme, l’orchestra aggiunge continuamente colori e idee. È difficile restare fermi su un’unica visione; la gioia sta proprio nel fondersi, nel creare un’unità.
Come lo vivi sotto le dita e nella mente?
C’è qualcosa nel ritmo che è fondamentale. Nel Secondo Concerto, ad esempio, la scrittura è estrema: ti chiede di metterti in pericolo, di spingerti al limite, con dinamiche e tempi estremi. Qui, invece, la costruzione è più modulare, più rituale. È facile lasciarsi trascinare dalla velocità, ma credo che non si debba cedere troppo. Bisogna lasciare che i grandi ritmi pulsino come un battito cardiaco e costruire lentamente. È difficile, perché sul palco si è portati all’euforia, ma questo pezzo richiede anche controllo e profondità.
Hai dei rituali prima di entrare in scena?
In genere mi piace ascoltare musica prima del concerto, non quella che sto per suonare, ma qualcosa che scaldi l’orecchio o mi apra emotivamente. Non amo aspettare troppo: arrivo circa un’ora prima, rileggo le idee generali, ripasso mentalmente la partitura. So che sul palco tendo a essere impulsivo, quindi ho bisogno di ricordarmi i punti cruciali del brano, i momenti di tensione da attraversare. Questo mi mette nello stato d’animo giusto.
È la tua prima collaborazione con la Filarmonica della Scala e con Riccardo Chailly. Qual è stata la tua impressione dopo la prima prova?
Sono stato molto entusiasta. Amo le registrazioni di Chailly: ha una cura profonda nel non rifugiarsi nella tradizione facile, nel tornare sempre alla partitura, a ciò che è scritto e a ciò che non lo è, per dare una forma consapevole alla musica. È una persona che si prende cura di ogni dettaglio. Anche un concerto può diventare routine, ma con lui c’è un impegno autentico verso la musica. L’orchestra ha una personalità sonora fortissima: archi con un suono ampio e lussureggiante, ottoni pronti a spingere gli effetti. Si vede che sono abituati a rendere la musica tridimensionale, a far emergere i dettagli della partitura affinché il pubblico possa realmente viverli. Sul palcoscenico mi aspetto un’energia enorme.




